Palestinesi verso l’ennesimo disastro

 
admin
12 febbraio 2008
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Palestinesi verso l’ennesimo disastro

Da un articolo di Dror Ze’evi

Dalle elezioni parlamentari palestinesi del 2006, Hamas ha incassato una serie impressionante di successi tattici. Iniziarono con la vittoria elettorale sul rivale Fatah (gennaio 2005) e continuarono con il sequestro del soldato israeliano Gilad Shalit (giugno 2006), la repentina presa del potere nella striscia di Gaza (giugno 2007), lo show propagandistico “operazione candele” per costringere Israele a incrementare le forniture di elettricità alla striscia fino ad arrivare all’apertura forzata della barriera di confine con l’Egitto a Rafah e la rottura dell’assedio (gennaio 2008).

Tuttavia queste vittorie di Hamas non fanno che evidenziare quanto, in mancanza di una un’idea strategica, anche una serie di successi così impressionante non garantisca la vittoria nella guerra. È anzi vero il contrario. In questo caso, i trionfi di Hamas non fanno che portate i palestinesi verso un’altra tragica sconfitta, il cui prezzo verrà pagato soprattutto da coloro che aspirano davvero a creare uno stato palestinese indipendente.

I primi a vedere questo errore strategico sono stati gli stessi capi di Hamas. Dopo aver preso il controllo a Gaza si sono guardati intorno e si sono spaventati a morte. Il grande successo militare ha sortito un ben misero risultato: la striscia di Gaza si ritrovava fra pareti chiuse, scollegata dalla Cisgiordania, e Hamas perdeva punti sia nell’opinione pubblica sia palestinese che a livello globale.

Lo sfondamento della frontiera con l’Egitto, che ha rappresentato indubbiamente una brillante vittoria tattica, non ha fatto che portate i palestinesi un passo avanti verso l’orlo dell’abisso. Anche qui, i primi a capire l’errore sono stati gli stessi leader di Hamas. Il collegamento con l’Egitto e il suo “soffocante abbraccio” offrono a Israele la rara opportunità di accentuare la separazione fra le due parti del popolo palestinese, allontanando le speranze di uno stato indipendente.

L’apertura del confine egiziano ha innescato una nuova dinamica che alcuni commentatori hanno paragonato all’apertura del muro di Berlino: gli abitanti della striscia di Gaza, che per alcuni giorni hanno goduto della libertà di movimento e di acquisti a Rafah e a el-Arish, continueranno a fare pressione per avere un confine aperto. Il presidente egiziano Hosni Mubarak e i suoi consiglieri saranno costretti ad assecondare tali pressioni per non suscitare l’ira dell’opinione pubblica egiziana. Inoltre, ora che si vede che esiste questa semplice alternativa a portata di mano, sarà difficile continuare a sostenere l’alibi dello strangolamento di Gaza.

Ne consegue che, anziché continuare a rivolgersi verso Israele e Cisgiordania, la striscia di Gaza guarderà sempre più all’Egitto come suo sbocco naturale. Allontanandosi sempre più da Israele e Cisgiordania, Gaza penderà verso l’Egitto. È ragionevole presumere che i leader di Hamas faranno di tutto per reindirizzarla verso Israele, ma non è detto che ci riescano. Gaza potrebbe allontanarsi sempre più, e la Cisgiordania senza Gaza non può esistere come stato indipendente: ed ecco che si prospetta un cambiamento politico di lungo periodo, che nessuno aveva previsto.

Questa nuova situazione – che vedrà crescere il distacco fra Gaza e Cisgiordania, aumentare il ritmo del traffico di armi e denari, e Israele incapace di sconfiggere Hamas – richiederà nuove capacità di analisi e iniziative più creative. Israele potrà trarre frutti dalla nuova situazione se saprà muoversi con cautela ed accortezza.

Nonostante la mia personale simpatia per i palestinesi e il mio sostegno al loro diritto a costituire uno stato, in questa situazione – con un processo diplomatico inconsistente, un presidente palestinese incapace di arrivare a un autentico accordo, e nessuna chance di vedere Cisgiordania e striscia di Gaza ricollegate fra loro – aumentare il legame fra Gaza ed Egitto è la soluzione più appropriata anche per i palestinesi.

Il governo israeliano dovrebbe prendere seriamente in esame la possibilità di imboccare con prudenza questa strada, il cui primo passo sarebbe la decisione di rinunciare ad opporsi a un valico di frontiera sotto controllo egiziano-palestinese e incoraggiare il passaggio di beni dall’Egitto verso la striscia di Gaza. Contemporaneamente varrebbe la pena cercare nuovi modi per mettere a freno i lanci di Qassam su Israele. Dopotutto è chiaro che Gerusalemme non ha alcun controllo sul passaggio di armi, uomini armati e mezzi logistici, e che Hamas potrà continuare a lanciare missili anche più sofisticati e di maggiore gittata. Una vasta operazione militare di terra potrebbe eliminare questa minaccia per un certo periodo, ma comporterebbe una protratta presenza israeliana all’interno della striscia di Gaza mettendo fine all’attuale “opzione egiziana” e ributtando tutto il problema sulle spalle di Israele. Ecco perché potrebbe essere utile, invece, che Israele ricorresse alla mediazione egiziana per cercare di arrivare a un cessate il fuoco con Hamas.

(Da: YnetNews, 8.02.08)

Le barriere necessarie

Israele.net

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