Libano, scene gia’ viste venti anni fa

 
admin
7 gennaio 2008
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Correva l’anno 1988

Libano, scene gia’ viste venti anni fa

La situazione e’ in evidente stallo e la stabilita’ del Paese sembra, ancora una volta, essere appesa ad un filo

Beirut, 7 gen.- Correva il settembre del 1988, quando Beirut, attraversata dalla linea verde, era devastata da oltre un decennio di guerra civile e attendeva la scadenza del mandato presidenziale di Amin Gemayel. Allora come oggi il Paese dei Cedri era in stallo e le classi dirigenti a capo delle varie comunità si mostravano profondamente ostili a qualsiasi forma di compromesso. Il livello di scontro avevo assunto forme così degenerative da provocare scontri intracomunitari, cristiani contro cristiani, sciiti contro sciiti. Harakat Amal si batteva contro Hizb’ Allah per il predominio nel campo sciita, lo stesso motivo accendeva gli scontri fra i cristiani, sottoposti al tentativo egemonizzante delle Forze Libanesi guidate da Samir Geagea e alleate di Israele.

In questa situazione il parlamento, ostaggio dei siriani, era impossibilitato ad eleggere un nuovo presidente, carica che, allora come oggi, spettava di diritto ad un esponente della comunità cristiano maronita. Allo scadere del mandato, pochi minuti prima di decadere, il presidente Gemayel sciolse il governo guidato dal sunnita Salim Hoss e nominò primo ministro il capo dell’esercito, il cristiano Michel Aoun. Di fatto la scelta di Gemayel provocò una rottura nei già fragili equilibri costituzionali del Libano ed il Paese si trovò con due governi, quello militare di Aoun (antisiriano) e quello civile di Hoss. Caos si aggiunse a caos, lo scontro si riaccese e le stragi si susseguirono con sinistra regolarità, per poi cessare con la fuga di Aoun e gli Accordi di Ta’if del 1989 che consegnarono il Libano alla Siria.

In queste settimane sembra di assistere ad un déjà vu, il presidente filo siriano Émile Lahoud ha visto scadere il suo mandato senza che le forze politiche libanesi abbiano trovato un accordo sulla successione. Vista la situazione di stallo, allo scadere del mandato, Lahoud ha abbandonato la presidenza comunicando di lasciare il Paese sotto il controllo e la responsabilità dell’esercito, decisione che il governo antisiriano guidato da Fouad Siniora ha immediatamente dichiarato incostituzionale. Da alcuni giorni nel Paese dei Cedri si è fatta strada la candidatura dell’attuale capo dell’esercito, il cristiano Michel Suleiman, considerato un filosiriano moderato e per questo non inviso all’opposizione. Suleiman non fa parte della lista di “papabili” compilata dal patriarca maronita Nasrallah Sfeir, ma non sembra che su di lui vi sia un veto reale e, allo stesso modo, Suleiman presidente, potrebbe essere “gradito” anche dal premier Fouad Sinora. Nonostante tale schiarita, il percorso che porta al superamento della crisi è ancora pieno d’ostacoli, fra cui il più sostanziale è quello rappresentato dall’articolo 49 della Costituzione libanese che impedisce che un alto dirigente statale (quale evidentemente è il capo dell’esercito), possa candidarsi alla presidenza.

In pratica l’elezione di Suleiman dovrebbe necessariamente passare per una riforma della costituzione, operazione impossibile senza l’accordo dell’opposizione guidata da Hizb’ Allah, che tra le sue file annovera anche la formazione che fa capo al leader cristiano Aoun. Il presidente del parlamento, lo sciita moderato Nabih Berri, in qualità di mediatore ha evidenziato come il superamento del vizio di incostituzionalità per la candidatura di Suleiman possa essere raggiunto solo con l’accettazione, da parte della maggioranza, di un’elezione a termine del nuovo presidente (durata della carica di soli due anni), da legare ad una riforma elettorale che traghetti il Paese al voto entro il 2009. Inoltre l’opposizione ha anche richiesto il diritto di veto su tutte le decisioni del governo Siniora ad essa sgradite, di qui alle prossime elezioni. Infine ci sarebbe anche un veto posto da Hizb’ Allah sulla candidatura a primo ministro in un prossimo governo di Saad Hariri, figlio di Rafik Hariri, leader antisiriano assassinato il 14 febbraio 2005.

A complicare ulteriormente la situazione, come è sinistramente d’uso in Libano, è intervenuto l’ennesimo assassinio di matrice politica, che ha avuto come obiettivo il generale dell’esercito François al-Hajj, l’ufficiale che pochi mesi fa si era distinto nella battaglia del campo profughi di Nahr-el-Bared controllato dai miliziani di Fatah al-Islam, gruppo sunnita d’ispirazione qaedista. Il generale al-Hajj era stato individuato da molti come il naturale successore di Suleiman alla carica di capo dell’esercito. Anche questo attentato, come gli altri che lo hanno preceduto, è di matrice non chiara, alcuni individuano la Siria come mandante occulto, altri invece riconducono l’azione ad una vendetta qaedista, volta a colpire il responsabile della repressione del movimento radicale che ha guidato la rivolta dei sobborghi di Tripoli Fatah al-Islam. Ad ulteriore riprova di quanto sia difficile orientarsi nella esplosiva situazione libanese, occorre fare riferimento a sospetti avvalorati da qualcosa di più che semplici voci che vedono in Fatah al-Islamuna formazione sfuggita al controllo della famiglia Hariri, così come riportato sul New Yorker Magazine del 3 marzo scorso in un articolo a firma di Seymour M. Hersh. Un elemento certo è l’ammissione della famiglia Hariri d’aver dato denaro a profughi palestinesi reduci dagli scontri nel campo profughi di Ain al-Hilweh nella città di Sidone. Un altro è rappresentato dalla circostanza in cui si è manifestata alle cronache per la prima volta la formazione estremista palestinese, ovvero in occasione di una rapina ai danni della Banca del Mediterraneo, istituto di proprietà del gruppo Hariri. Una rapina di autofinanziamento si sarebbe detto nell’Italia degli anni ‘70, conseguenza del congelamento dei fondi precedentemente erogati ad un gruppo sfuggito al controllo che, nelle intenzioni originarie doveva, forse (il condizionale è d’obbligo), fare da elemento di bilanciamento sunnita all’estremismo sciita di Hizb’ Allah. La situazione è in evidente stallo e la stabilità del Paese sembra, ancora una volta, essere appesa ad un filo.

Massimiliano Frenza Maxia
Geopilitica.info

La Voce d’Italia

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