Adesso Al Fatah vuole tutta Gerusalemme

 
Emanuel Baroz
10 agosto 2009
2 commenti

Adesso Al Fatah vuole tutta Gerusalemme

di Fiamma Nirenstein

focus on israel abu mazen fatah israelBetlemme è tutt’altro che quel luogo di pace che tanti cristiani sognano e, in questi giorni, meno che mai. Proprio da qui, da quella che è stata (e che continuerà, per cercare di sedare gli scontri, ancora fino a martedì prossimo) la prima convenzione di Fatah in venti anni, oltre alla rielezione bulgara di Abu Mazen avvenuta ieri, potrebbe scaturire una terza intifada.

Non è mancato nessuno dei classici segnali del regresso e di un totale rifiuto del dialogo: il documento di ieri invita a sacrificarsi, ovvero a perpetrare atti di terrorismo, fin che Gerusalemme non sarà interamente, anche nella sua parte ovest, anche dentro la Linea Verde, consegnata ai palestinesi: fino ad allora Fatah, la parte moderata rispetto a Hamas, non si siederà a parlare con gli israeliani. Una linea inusitata, che dichiara guerra fino a che vivrà non solo l’ultimo israeliano, ma anche l’ultimo ebreo: Gerusalemme è nelle sue preghiere tre volte al giorno da che mondo è mondo, citata 622 volte nella Bibbia e migliaia di altre volte con altri nomi. O semplicemente, è la capitale adorata di Israele, dove gli ebrei sono rimasti maggioranza persino negli anni in cui tutti l’avevano abbandonata. «Una città di pietra con occhi di pietra e un cuore di pietra» come dice Mark Twain che la visitò stupefatto, oggi un giardino aperto a tutte le fedi.

I documenti della Convenzione ripropongono la lotta armata, la resistenza (tutti sinonimi di terrorismo), il diritto al ritorno (sinonimo di distruzione demografica dello Stato d’Israele). Molto tempo si è dedicato alla teoria per cui Arafat sarebbe stato ucciso da una congiura fra Abu Mazen e Sharon; personaggi considerati moderati come Mahmoud Dahlan hanno ricordato che di giorno Arafat condannava gli attentati, ma di notte «si dedicava a onorevoli attività». Più di ogni altra cosa parla l’accoglienza da eroe tributata a Khaled Abu Usba, che nel marzo del 1978 partecipò all’eccidio di 35 passeggeri di un autobus sulla costa.

Nonostante la politica della mano tesa di Obama, in questi giorni non c’è stato nessuno alla conferenza di Fatah che si sia proposto come un alfiere di pace, che abbia sostenuto la proposta di parlare, almeno parlare, con Israele. Di nuovo, la leadership palestinese di fronte al mero tema dell’esistenza di Israele, sembra accendere la miccia del terrore come al tempo di Camp David, quando il rifiuto di Arafat fu accompagnato dalla seconda Intifada, o quando dopo lo sgombero di Gaza si è intensificato il bombardamento con i Kassam, fino alla guerra. Adesso, Netanyahu ha dichiarato che è d’accordo per due Stati e due popoli, le misure di alleggerimento dei check point permettono una vita molto migliore, si è aperto un grande centro acquisti a Nablus, a Ramallah si esce la sera, i caffè sono pieni fino a tardi in buona parte del West Bank, si gode la speranza che questo preluda a colloqui.

Ma quando c’è un segnale che la pace possa avanzare, si ripresenta la dinamica tradizionale nel mondo arabo: gli autocrati si mettono in gara con i teocrati, Fatah compete con Hamas che la sfida non solo a Gaza ma anche nel West Bank, la parte laica accusata di corruzione vuole dimostrare che è sua la politica più antisraeliana, più aggressiva, più antioccidentale e anche carica di odio antisemita. Nei dintorni, i segnali sono gli stessi: gli Stati Uniti cercano una politica araba incoraggiante perché Israele conceda il più possibile e il più rapidamente possibile: ma nonostante il viaggio di Mitchell, il ministro degli Esteri giordano Nasser Judeh dichiara che Amman non vuole migliorare i rapporti con Israele; Saud al-Faisal dall’Arabia Saudita dice che non ci sarà nessuna politica di pace step by step; Bashar Assad non vuole parlare con Israele a meno che, prima, non si impegni a lasciare il Golan; gli Hezbollah seguitano a ricevere armi molto avanzate dall’Iran.
In realtà, la faccia dura e feroce dell’Iran è la vera pietra di paragone, l’ispiratore della rinnovata durezza araba: autocrati contro teocrati, la gara è dura, e il capro espiatorio è Israele.

(Fonte: Il Giornale, 9 Agosto 2009)

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  • #1Branka Nicija

    Brutta situazione, ma purtroppo nessuna novità.

    10 Ago 2009, 13:49 Rispondi|Quota
  • #2Emanuel Baroz

    Al congresso di Al Fatah trionfa la retorica

    Il VI congresso di Al Fatah, il primo da quello del 1989 tenutosi a Tunisi, ha chiuso i battenti con un ritardo di tre giorni dovuto alla competizione fra i candidati al Comitato esecutivo (21 membri) e al Comitato rivoluzionario (150 membri fra cui un ebreo israeliano, Uri Davis, reclutato nelle file di Al Fatah dal 1980). Al di là della retorica condizionata dalla paura di non apparire abbastanza radicali in confronto a Hamas, il congresso ha prodotto alcuni risultati degni di nota. 1. Un successo indubbio di immagine locale e internazionale per il fatto stesso dei 2600 delegati riuniti a Betlemme, senza incidenti, in piena libertà di espressione garantita dalla presenza della nuova efficiente polizia palestinese organizzata dal generale americano Dayton, nonostante il veto di Hamas. 2. La conferma del divario fra gli scopi e la realtà. Espressa dal nome stesso di Al Fatah (Conquista), l’impegno ufficiale di distruggere l’occupante sionista, trasformato ora in «diritto alla resistenza» si scontra con l’impegno a operare per la creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele «fintanto che ci sarà un filo di speranza». Una quadratura del cerchio che non ferma la colonizzazione israeliana e resta un anatema per Hamas, 3. La rottura con Hamas ha ridato prestigio all’interno della dirigenza di Al Fatah a Mohammed Dahlan, ex ‘ras’ di Gaza, avversario di Arafat con molti legami con Israele tornato da anni in esilio di malattia in Europa. Si è posizionato come possibile successore del riconfermato Mahmud Ahbas. L’altro concorrente, l’ex premier Ahmed Qurcia, è stato sconfessato a causa del suo sfacciato arricchimento con la vendita di cemento usato da Israele nella costruzione degli insediamenti, mentre Marwan Barghuti incarcerato da Israele, eletto al Comitato centrale, resta il più popolare leader di Al Fatah. 4. Nel congresso è emersa la rottura fra la vecchia guardia proveniente dall’esilio di Tunisi e la nuova formatasi nel corso di due intifade, Ma nè le sprezzanti accuse lanciate dall’estero dal ministro degli Esteri dell’Olp Qaddumi co-fondatore con Arafat di Al Fatah, né la richiesta – subito respinta – di creare una commissione di inchiesta sul comportamento della dirigenza di Al Fatah nei passati 20 anni hanno scalfito il potere dei vecchi tunisini confermato dall’elezione per acclamazione di Abu Mazen alla presidenza per altri cinque anni. 5. In queste condizioni il congresso conferma la situazione di stallo all’interno del movimento e nei confronti di Hamas e di Israele. Stallo che non dispiace a Netanyahu, interessato a dimostrare all’America che nulla è cambiato nella speranza palestinese di far cambiare politica al governo di Gerusalemme grazie alle pressioni di Washington e dell’Europa. Tanto più che anche i Paesi arabi, in primo luogo l’Arabia Saudita, a cui la diplomazia americana si è rivolta per chiedere ‘gesti’ di normalizzazione dei rapporti con Israele hanno risposto negativamente. Meglio dunque pensare – senza dirlo – a un lungo armistizio con Hamas ancora accusato di terrorismo dall’Occidente, piuttosto che trattare con un Fatah politicamente impotente.

    Vittorio Dan Segre, Il Giornale 12 agosto 2009

    12 Ago 2009, 17:11 Rispondi|Quota