Rapporto Goldstone: dall’Onu un bel regalo al terrorismo

 
Emanuel Baroz
21 ottobre 2009
2 commenti

Rapporto Goldstone: dall’Onu un bel regalo al terrorismo

goldstone1Una volta qualcuno ha detto che prima o poi l’Onu voterà a maggioranza che il mondo è quadrato, e che questa diventerà una inviolabile risoluzione. Il rovesciamento della realtà all’Onu succede continuamente, in realtà, dato che questa organizzazione e tutte le strutture che ne derivano come il Consiglio dei Diritti umani hanno una maggioranza automatica formata da Paesi islamici e Paesi cosiddetti non allineati antiamericani e antisraeliani che votano qualsiasi cosa venga deciso a priori dai loro interessi, ovvero dagli interessi di fatiscenti e nuove dittature, senza nessun riguardo per la verità e con una perversa interpretazione del tema dei diritti umani. Ed essi sono tanto più diritti e tanto più umani quanto più fanno comodo ai loro interessi.

Ma adesso siamo tutti a rischio. Il voto che due giorni fa ha promosso il rapporto del giudice Goldstone che descrive a modo suo la guerra di Gaza per 575 pagine è, anche se siamo abituati al peggio quando si tratta di Israele, un amaro pasto che ci rimangeremo per i prossimi anni a tutte le latitudini in cui si presenti un conflitto non convenzionale; una guerra, cioè, in cui non siano due eserciti a fronteggiarsi, ma un esercito da una parte e dall’altra milizie fanatizzate e terroriste che ritengono loro diritto e, anzi, loro dovere fare uso della popolazione civile per condurre la loro guerra.

Immaginiamo per esempio che in queste ore l’esercito pakistano nella sua offensiva anti-Al Qaida e anti-talebana, indispensabile per evitare che le bombe atomiche (90) di quel Paese finiscano all’estremismo islamico, sia regolato da norme che proibiscono categoricamente di affrontare il nemico se per caso si nasconde dentro strutture a uso civile, case, moschee, scuole.

Immaginiamo che in Afghanistan sia impossibile, pena la condanna morale e anche penale, per gli Usa, l’Inghilterra, la Francia, l’Italia, creare dei posti di blocco, magari fitti, e circondare un territorio così da impedire che ne escano terroristi carichi di esplosivo. Immaginiamo che tutto questo sia definito una patente violazione dei diritti umani, una persecuzione «volontaria» della popolazione civile, proibita secondo la legge internazionale e quindi un reato da essere giudicato prima al Consiglio di Sicurezza e poi dal Tribunale internazionale dell’Aia, perché è questo l’iter che adesso dovrebbe compiere l’adozione della risoluzione di Goldstone, finendo per allineare sul banco degli imputati i militari israeliani.

Figuriamoci anche che queste decisioni debbano basarsi sulle bugie preferite delle organizzazioni che professionalmente sono impegnate a distruggere Israele e a farne il nemico pubblico numero uno: questi sono i testimoni scelti da Goldstone per costruire il suo rapporto. E quindi le realtà che vi sono descritte sono semplicemente balle: per esempio, i testimoni negano sempre la presenza di combattenti di Hamas in certe zone, per spiegare che Israele ha sparato sulla gente. Ma proprio là, il sito stesso di Hamas si vanta della bella battaglia ingaggiata dai suoi. Il rapporto nega l’uso delle ambulanze per trasportare armi, l’uso come trincee degli edifici dell’Onu e di case private, come riferito da molti testimoni, nega che tutto lo stato maggiore di Hamas si fosse acquartierato sotto un ospedale, ignora l’uso delle moschee come depositi d’armi… e ignora soprattutto, e questo interessa particolarmente al mondo libero, che la guerra sia stata una reazione a anni di persecuzioni terroristiche, a una decina di migliaia di missili.

Israele si sa, è il boccone più prelibato dell’Onu, quello cui è dedicato un terzo delle risoluzioni di condanna del consiglio di sicurezza mentre emeriti violatori seriali di diritti umani come Yemen, Libia, Iran, Cuba, Sudan, quasi tutti i Paesi arabi, la Cina, tutti quelli che costruiscono eserciti di bambini soldato (300mila), quelli che buttano i loro nemici giù dai tetti, come Hamas, se ne vanno in giro indisturbati.

Infine: nessuno venga più a dire che vuole la pace. Per stringere un accordo che cede territorio, Israele deve prendere rischi enormi in nome della sua gente, che, come hanno dimostrato i ritiri da Gaza e dal Libano, resta alla mercé dei missili del nemico. Se le si toglie il diritto a difendersi, come potrà farsi ancora più piccola a favore del nemico?

IlGiornale.it

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  • #1Emanuel Baroz

    Israele nel mirino dell’Onu

    Il rapporto Goldstone è un colpo basso ai palestinesi che vogliono la pace

    di Luca Meneghel

    Dopo mesi di indagini sull’operazione militare “Piombo fuso” – condotta dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009 – Richard Goldstone ha presentato le proprie valutazioni al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che le ha accolte a maggioranza assoluta. Il rapporto redatto dal giudice sudafricano, che accusa Israele e Hamas di “possibili crimini contro l’umanità”, passa ora all’Assemblea generale dell’Onu, dove verrà discusso entro la fine dell’anno. Durissima la reazione israeliana: mentre il premier Netanyahu, su consiglio di Gordon Brown e Nicolas Sarkozy, sta valutando la possibilità di commissionare un’indagine indipendente sulla condotta dell’esercito, Tzipi Livni ha definito il Consiglio per i diritti umani “un organo criminale, che agisce in modo criminale soprattutto contro lo Stato d’Israele”.

    L’irritazione della leader di Kadima è comprensibile: a fronte di un rapporto che accusa tanto Israele quanto Hamas, il Consiglio delle Nazioni Unite sembra aver preso per buone solo le critiche rivolte all’esercito israeliano. “La guerra al terrorismo di Israele non riguarda solo noi” ha dichiarato la Livni: sostenere le operazioni militari israeliane, secondo l’ex ministro degli Esteri, “non vuol dire sostenere Israele contro i palestinesi, ma contro coloro che non vogliono vivere in pace e vogliono imporre l’ideologia dell’estremismo islamico”. In questi giorni, in Israele, sono in molti a pensarla come lei: l’impressione generale è che le Nazioni Unite, restie a condannare Hamas ed Hezbollah per i lanci di razzi contro lo Stato ebraico, siano invece prontissime a condannare Israele per ogni azione militare giustificata da scopi difensivi.

    Al di là delle valutazioni politiche, il rischio maggiore è che la faziosità della risoluzione del Consiglio per i diritti umani finisca per ostacolare ogni possibile accordo tra israeliani e palestinesi. Dopo aver abbandonato la Striscia di Gaza, infatti, Israele ha visto crescere ai propri confini un territorio ostile, origine dei razzi sparati quotidianamente sulle sue città: quando però ha cercato di difendersi, la sua azione militare è stata bollata come un “crimine contro l’umanità”. Perché, allora, Israele dovrebbe abbandonare altri territori, col rischio che diventino a loro volta basi terroristiche? “Condannati quando agiscono e condannati quando non agiscono”, scrive Danny Ayalon sul “Jerusalem Post”, “gli israeliani si stanno ora chiedendo se tanti sacrifici siano realmente giustificati”.

    Ex ambasciatore israeliano negli Stati Uniti e attuale viceministro degli Esteri, Ayalon è tra gli esponenti politici più preoccupati per le possibili conseguenze di una risoluzione che “ribalta la realtà dei crimini di Hamas, condannando la vittima e non i reali responsabili dei crimini di guerra”. La condanna delle Nazioni Unite, prima di tutto, metterebbe in grave difficoltà i palestinesi più moderati e interessati alla pace con Israele: “Quando un organismo internazionale sostiene l’atroce condotta di Hamas”, scrive Ayalon, “Mahmoud Abbas perde la faccia, gli Stati arabi moderati perdono terreno e l’asse Hezbollah-Siria-Iran diventa più forte”. Ma le conseguenze nefaste, secondo il viceministro, non si limiterebbero all’area mediorientale.

    Secondo Ayalon, infatti, la risoluzione creerebbe anche “un nuovo ostacolo nella battaglia globale contro il terrorismo”: attaccando Israele e non Hamas, il Consiglio per i diritti umani garantirebbe immunità ai terroristi e restringerebbe le possibilità di autodifesa da parte degli Stati attaccati. Il problema non è di poco conto, se si pensa che la tattica di Hamas (ed Hezbollah) potrebbe “essere imitata da terroristi in tutto il mondo, a danno delle democrazie che combattono il terrorismo e mettendo in pericolo le vite di milioni di civili innocenti”. Tornando al rapporto Goldstone, comunque, per Israele non tutto è perduto: da Ginevra, la palla passa ora all’Assemblea generale delle Nazioni Unite dovrà potrà essere respinto, dimostrando così che “il mondo supporta ancora i compromessi israeliani per giungere alla pace”.

    http://www.loccidentale.it/articolo/il+rapporto+goldstone+%C3%A8+un+colpo+basso+inferto+ai+palestinesi+che+vogliono+la+pace.0080152

    22 Ott 2009, 09:49 Rispondi|Quota
  • #2Emanuel Baroz

    “Giudice Goldstone, lei ci deve una risposta”

    di Haviv Rettig Gur

    La notizia è che il giudice Richard Goldstone non approva la risoluzione votata venerdì scorso dal Consiglio Onu per i Diritti Umani a sostegno del rapporto da lui stesso redatto (sulle violazioni durante l’operazione israeliana anti-Hamas nella striscia di Gaza del gennaio scorso). “Questa bozza di risoluzione mi addolora – ha dichiarato Goldstone venerdì al giornale svizzero Le Temps – perché contempla solo accuse contro Israele senza nemmeno una frase di condanna di Hamas, come invece avevamo fatto noi nel rapporto. Spero che il Consiglio possa modificare questo testo”. Ma naturalmente il Consiglio non l’ha affatto modificato, ed anzi l’ha approvato a grande maggioranza.

    Per rappresentanti e osservatori israeliani, l’inopinata scoperta da parte di Goldstone che c’è del marcio in quello che dovrebbe essere il sistema giuridico internazionale rappresenta una amara vittoria, ormai inutile. L’eminente giurista ha dunque scoperto, a spese di Israele, ciò che da tempo avrebbe dovuto essere ben chiaro a un erudito tanto insigne: la sconcertante ipocrisia che vizia alla base il procedimento, quando si tratta di Israele.

    Importa qualcosa se il suo tribunale, strettamente parlando, non aveva valore “giudiziario”, quando tutti e dappertutto sono perfettamente convinti che avesse facoltà di emettere sentenze? Importa qualcosa che, agendo sulla base di criteri appartenente “obiettivi” nel valutare la “legalità” delle azioni israeliane e palestinesi durante l’offensiva anti-Hamas, il giudice Goldstone abbia prodotto un testo che servirà solo ed esclusivamente come corpo contundente contro Israele (tanto è vero che viene sostenuto e sbandierato da quella stessa Hamas che lui sostiene d’aver criticato)? I giudici hanno o non hanno la responsabilità di tener conto delle ramificazioni delle loro scelte e decisioni, in particolare quando – come nel caso di Goldstone – l’organismo che ha commissionato il “parere giuridico” è un organismo notoriamente e irrimediabilmente affetto da un feroce pregiudizio ostile a Israele?

    Se diamo per assodato che Goldstone è una persona onesta animata dalle migliori intenzioni, la domanda allora diventa: i termini strettamente “di legge” sono i termini corretti per emettere delibere in un contesto politico che garantisce che ne verrà fatto un pessimo uso?

    Dal punto di vista di Israele, il rapporto Goldstone non spezza affatto una lancia a favore della legalità, quanto piuttosto a favore di una versione leggermente diversa di apartheid politico ai suoi danni.

    Goldstone ora è turbato per la risoluzione spudoratamente prevenuta approvata dal Consiglio Onu per i Diritti Umani. Eppure lui stesso non se l’era sentita di procedere con il mandato originario affidato dal Consiglio alla sua commissione, finché – a suo dire – quel mandato non è stato modificato (ma non ufficialmente).

    Dunque Goldstone deve agli israeliani una risposta su un interrogativo etico fondamentale. Per dirla con le parole di un commentatore israeliano: è sua abitudine, giudice Goldstone, accettare di presiedere commissioni d’indagine di cui si trova innanzitutto a depennare l’evidente intento politico affinché il mandato risponda ai più elementari criteri di correttezza?

    Può darsi che un giorno nel diritto internazionale risiederà la chiave della dignità e della felicità umana. Ma utilizzare il linguaggio del diritto in una situazione segnata con tutta evidenza da un diverbio politicamente preorientato significa solo allontanare sempre più quel giorno.

    Gli israeliani, e con loro molti altri, vorrebbero sapere, signor Goldstone, se nel frattempo lei resta convinto che il suo contributo sia stato utile o non sia andato piuttosto a detrimento di obiettivi come la pace e la legalità internazionale. O se semplicemente ha permesso, con impressionante ingenuità, che il suo prestigio e il suo stesso essere ebreo venissero strumentalizzati da soggetti che sono spinti esclusivamente da malcelata intolleranza e fanatismo.

    (Da: Jerusalem Post, 18.10.09)

    22 Ott 2009, 10:14 Rispondi|Quota
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