Il terrorismo islamico dilaga: quel messaggio che l’Occidente non vuole capire

 
Emanuel Baroz
28 giugno 2015
4 commenti

Perché non vogliamo vedere il messaggio degli assassini

Chi osa ricordare che per la difesa bisogna spendere viene messo a tacere

di Pierluigi Battista

terrorismo-isis-europa-focus-on-israelLe gesta sanguinose della guerra santa scatenata dai fondamentalisti jihadisti sconvolgono i governi e lasciano sgomenta e frastornata l’opinione pubblica. Non è solo la paura che ammutolisce. È l’ostinata volontà di non riconoscere la guerra per quello che è: una guerra, appunto. Che richiede strategie di contenimento e di controffensive, impegni militari, chiarezza politica, alleanze, mobilitazione culturale, studio, investimenti onerosi. Siamo lì invece a chiederci come ha detto il primo ministro francese Valls quando avverrà il prossimo attacco. Ci chiediamo se abbiamo qualche colpa per gli attentati che insanguinano con regolarità l’Europa e le democrazie come quella tunisina. Se i vignettisti massacrati di Charlie Hebdo se la siano cercata, se sia sufficiente togliere dalla Tate Gallery i quadri con Maometto raffigurato per placare la rabbia dei fanatici, se un po’ di autocensura possa attutire i colpi, se si debba arretrare un po’ sulla libertà di espressione per evitare «offese» e non urtare la suscettibilità di chi depone una testa mozzata davanti a una fabbrica per trasmettere il suo messaggio di terrore.

Non vogliamo leggerlo, questo messaggio. Facciamo finta di non capire cosa ci vogliano dire gli assassini con i vessilli neri quando trucidano turisti nei musei o sulle spiagge della Tunisia, fedeli sciiti in una moschea del Kuwait, ragazze e bambini in Nigeria, ebrei in un supermercato di Parigi, nelle sale danesi dove si tengono convegni sulla libertà di satira. Cerchiamo di mantenere le distanze. Speriamo con tutte le nostre forze che le immagini delle vittime decapitate, annegate in una gabbia, fatte a pezzi con l’esplosivo attaccato al collo non siano messaggi rivolti a noi. Cerchiamo di tenerle lontane. Speriamo che siano solo un incubo. Ma non vogliamo risvegliarci. Non vogliamo capire. Facciamo scorrere qualche lacrima di indignazione. Ma rimandiamo all’infinito il momento della decisione.

Per questo siamo così paralizzati e impotenti. Per questo i fondamentalisti sono così sfrontati. A Kobane si combatte una battaglia di civiltà: se la perdiamo è una trincea decisiva che salta. Ma i governi e l’opinione pubblica non vogliono capire che Kobane è Lione e Tunisi, Parigi, Roma, Londra. Lasciamo i curdi praticamente soli. Riduciamo al minimo il sostegno dovuto. Mentre ci maceriamo con l’autodenigrazione: sarà mica colpa nostra se sgozzano, decapitano, fanno strage in una spiaggia. I fondamentalisti fanno di tutto per farcelo capire: hanno anche deposto una testa tagliata nel cuore dell’Europa per rendere più esplicito e inequivocabile la dichiarazione di guerra. Seguiranno i giorni dell’indignazione rituale, dei messaggi di cordoglio.

Ma se qualcuno osa ricordare che bisognerà spendere qualche punto di Pil occidentale per rispondere ai guerrieri del terrore, verrà messo a tacere come molesto messaggero di cattive notizie. Se ci si chiede cosa possiamo fare per neutralizzare i santuari fondamentalisti in Siria e in Iraq, speriamo soltanto che qualcun altro si accolli l’onere del lavoro sporco. Come se la difesa fosse un lavoro sporco, o addirittura un residuo di arroganza imperialista. Ma così non resta che attendere il prossimo bagno di sangue. Per indignarci. E rannicchiarci nella paura.

Corriere.it

Articoli Correlati
Il pregiudizio antisraeliano dilaga in Europa, che resta miope di fronte al terrorismo islamico targato Daesh

Il pregiudizio antisraeliano dilaga in Europa, che resta miope di fronte al terrorismo islamico targato Daesh

Quei ministri e Nobel europei che scaricano su Israele la strage di Parigi Alla ricerca di una scusa da offrire ai terroristi islamici. di Giulio Meotti Se il jihad uccide […]

Il terrorismo islamico assedia l’Europa: fingere che non sia vero non serve a nulla

Il terrorismo islamico assedia l’Europa: fingere che non sia vero non serve a nulla

L’Europa sotto assedio. E ha fatto finta di niente I segnali rimasti inascoltati. Non si tratta di semplici terroristi, ma di combattenti di una guerra santa. di Pierluigi Battista Pensavamo […]

Dopo il Sinai l’ISIS vuole Gaza

Dopo il Sinai l’ISIS vuole Gaza

Dopo la strage nel Sinai le mire del Califfato su Gaza Lo Stato Islamico vuole regolare i conti con i nemici palestinesi colpevoli di avere rapporti con Hezbollah e i […]

L’appoggio al terrorismo islamico come “unica arma dei popoli oppressi” è un errore (anche) storico

L’appoggio al terrorismo islamico come “unica arma dei popoli oppressi” è un errore (anche) storico

Cinque stelle, quattro in condotta, zero in storia La faciloneria e il semplicismo di chi non conosce il passato e giudica i conflitti restandosene comodamente al riparo. di Ugo Volli […]

Libano: Capo Fatah Al Islam critica Hezbollah in nuovo messaggio

Libano: Capo Fatah Al Islam critica Hezbollah in nuovo messaggio

LIBANO/ CAPO FATAH AL ISLAM CRITICA HEZBOLLAH IN NUOVO MESSAGGIO Strali contro politici sunniti e l’Hezbollah sciita Beirut, 10 giu. (Ap) – Shaker Youssef al Absi, leader in fuga del […]

Lista Commenti
Aggiungi il tuo commento

Fai Login oppure Iscriviti: è gratis e bastano pochi secondi.

Nome*
E-mail**
Sito Web
* richiesto
** richiesta, ma non sarà pubblicata
Commento

  • #1Parvus

    Pian piano capirà.

    29 Giu 2015, 19:56 Rispondi|Quota
  • #2Emanuel Baroz

    30 Giu 2015, 12:44 Rispondi|Quota
  • #3Emanuel Baroz

    E ora mi raccomando: tutti in coro a dire che l’islam, con il terrorismo, non c’entra nulla

    Ci sono due modi diversi per osservare e commentare l’orrore e il terrore seminati venerdì scorso in Francia, in Tunisia, in Kuwait, in Somalia dallo Stato islamico durante il primo venerdì di preghiera del Ramadan

    di Claudio Cerasa

    In fondo è semplice e dipende tutto dall’aggettivo. Ci sono due modi diversi per osservare e commentare l’orrore e il terrore seminati venerdì scorso in Francia, in Tunisia, in Kuwait, in Somalia dallo Stato islamico durante il primo venerdì di preghiera del Ramadan. Il primo modo è quello di condannare il terrorismo, di professare grandi attestati di vicinanza e di solidarietà nei confronti dei paesi colpiti, di inviare commoventi telegrammi a mezzo stampa e di utilizzare il proprio account Twitter per invocare la pace nel mondo e condannare in modo neutro gli attentati terroristici, provando a concentrarsi più sulla prima parte del problema (il terrorismo) che sulla seconda (l’islam), ed evitando che un eccesso di aggettivi possa essere letto come una volontà di offendere l’islam e di alimentare l’islamofobia (ciao Michele Serra).

    E così, lo avete visto, le stragi diventano semplicemente “attacchi terroristici”. Il secondo modo è quello di spazzolare via la patina furbetta del politicamente corretto, di chiamare le cose con il loro nome e di non nascondere quella che è la parola che tutti in questi casi provano a mettere sotto il cuscino: l’islam, signora mia. Noi siamo per la seconda scuola, siamo per la scuola di chiamare le cose con il loro nome, di riconoscere che il problema del terrorismo islamico non è solo un problema legato ad alcuni pazzi squilibrati che si fanno saltare in aria, che attaccano le moschee sciite, che fucilano turisti sulla spiaggia, che immergono nell’acido gli ostaggi, che fanno sfilare con le tutine arancioni i loro prigionieri.

    Il nemico, il nostro nemico, non è solo il terrorismo in quanto tale ma è anche l’idea di cui il terrorismo è il prodotto. E quell’idea, purtroppo, è legata a una precisa interpretazione dell’islam. Esiste infatti un islam che in alcuni casi può essere considerato moderato – è il caso del Re di Giordania, è il caso del presidente Sisi, è il caso del Marocco e della Tunisia (che anche per questo, la Tunisia, simbolo di emancipazione e di libertà nel mondo islamico, è finita sotto assedio ed è bombardata da mesi da attentati provocati da terroristi islamici, e la strage sulle spiagge arriva poco dopo la strage al museo del Bardo). Ma è un islam minoritario, non a caso sotto attacco, che in troppi casi è costretto a osservare un islam anche di governo che rinuncia a prendere le distanze dagli islamisti, rinuncia a scendere in piazza per manifestare contro l’integralismo, lasciando ai re di Giordania e a pochi altri il compito di condannare il fondamentalismo. Per questo, anche per questo, non si può far finta di niente e fischiettare di fronte al problema che esiste all’origine del terrorismo islamico. Ed è sciocco, come scrive magnificamente Ayaan Hirsi Ali nel suo ultimo libro (Eretica), insistere sul fatto che le azioni violente degli islamisti radicali possano essere separate dagli ideali religiosi che li ispirano. “Dobbiamo – scrive Hirsi Ali – riconoscere che tali azioni sono mosse da un’ideologia politica, un’ideologia insita nello stesso Islam e nel suo libro sacro, come pure nella vita e negli insegnamenti del profeta Maometto. Quando si afferma che l’Islam non è una religione di pace non si vuole dire che sia il credo islamico a rendere i musulmani violenti. E’ ovvio che non è così: ci sono milioni di musulmani pacifici nel mondo. Quello che si intende è che l’appello alla violenza e la sua giustificazione sono esplicitamente presenti nei testi sacri dell’islam. E questa violenza autorizzata dalla teologia è lì per essere innescata da un certo numero di infrazioni tra cui l’apostasia, l’adulterio, la blasfemia e persino concetti difficili da definire come la minaccia all’onore della famiglia o dell’islam stesso”.

    La visione politica e totalitaria dell’Islam non è una visione univoca ma è una visione che ha un suo peso importante nel mondo islamico, e non è soltanto una scheggia impazzita ma è un pezzo di quel mondo che ha un suo peso numerico non indifferente (Ed Husain del Council on Foreign Relations sostiene che i musulmani della Medina che vogliono imporre la sharia anche ai miscredenti sono circa il tre per cento musulmani, ed essendo nel mondo i musulmani 1,6 miliardi il tre per cento significa che si parla di circa 48 milioni). Dunque, prego, accomodatevi. Continuate a dire che non c’entra nulla. Che il problema sono soltanto i pazzi squilibrati. Che il reato di blasfemia è un peccato punito con la morte solo dai tagliagole dello Stato Islamico. Continuate a ignorare che in Pakistan ogni affermazione critica nei confronti dell’Islam viene bollata come blasfemia e punita con la morte e che in Arabia Saudita chiese e sinagoghe sono considerate fuori legge. Continuate a far finta che non esista (copyright Carlo Panella) un grande scisma nel mondo islamico che si trova alla radice della violenza di oggi. E continuate pure a perdervi nei dettagli e a dire “siamo tutti Charlie” solo quando fanno fuori i giornalisti e i vignettisti di Charlie per poi ripetere che “offendere il sacro è comunque grave” e una “reazione” in alcuni ci può stare.

    Spiace ma questo non è il tempo di difendere chi vuole reagire ma è il tempo di dire che ciò che è sacro è altro, ed è la libertà d’espressione, la libertà di critica. E che oggi, questa libertà d’espressione, e questa libertà di critica, in un certo senso va difesa più della stessa libertà di reazione. E’ il momento di dire che, se si vuole evitare che i trucidati dai terroristi islamici non siano morti invano, bisogna far nostre, destra e sinistra, centro, cristiani, ebrei, musulmani, le parole sacrosante messe insieme dopo il 17 gennaio in Francia dal premier Manuel Valls. Chiamiamo le cose con il loro nome. Non generalizziamo ma usiamo l’aggettivo. E non copriamoci gli occhi. Il terrorismo islamico è un problema che riguarda anche l’islam. Ed è anche per questo che bisogna mettere le cose in chiaro. E ricordare, per esempio, che chi in queste ore gioca con la parola “islamofobia” usa la stessa arma utilizzata dagli apologeti dell’islamismo per mettere a tacere i loro critici.

    In fondo dipende tutto dall’aggettivo. E dipende tutto dal voler considerare quello che succede nel mondo, con il terrorismo, senza chiudere gli occhi e senza mettere la testa sotto la sabbia. L’islam purtroppo c’entra, e prima o poi anche i Michele Serra dovranno farsene una ragione.

    (Fonte: Il Foglio, 29 Giugno 2015)

    30 Giu 2015, 12:47 Rispondi|Quota
  • #4Emanuel Baroz

    La violenza medievale con mezzi moderni. E agli islamici piace

    Il 29 giugno 2014 al Baghdadi proclamava il Califfato In 12 mesi ha ingrandito il suo territorio del 30 per cento.

    di Carlo Panella

    Per mettere a fuoco quello che è successo nell’ultimo anno, da quando il Califfato fu proclamato il 29 giugno 2014, è indispensabile andare al 2011, quando in Siria scoppiò non una «primavera» ma una vera e propria rivoluzione popolare. Circa diecimila militari siriani allora disertarono e si schierarono a difesa delle proteste di centinaia di migliaia di siriani poveri, ma nessuno li sostenne dall’ esterno. Obama rifiutò i consigli di Hillary Clinton di fornire munizioni e autoblindo ai soldati disertori (tutti laici), che nell’arco di due anni furono via via sostituiti dagli jihadisti nella difesa della popolazione siriana povera ribelle.

    Sconfitta iniziale
    Erano questi militanti di al Qaeda, comandati da Abu Bakr al Baghdadi, che erano stati costretti a fuggire dall’Iraq perché sconfitti dal surge del generale Usa Petraeus che, col voto contrario di Obama, aveva portato le tribù sunnite irachene a combatterli. Nel processo rivoluzionario siriano si formò un nuovo tipo di jihadista e si definì una grande differenza tra i miliziani di al Qaeda e quelli dell’Isis. I qaidisti sono militanti di una organizzazione clandestina, i miliziani dell’Isis invece si sono formati in una leva di massa, sono dei «partigiani», che hanno difeso le loro famiglie, i loro quartieri, dagli scherani di Assad, che hanno garantito armi alla mano il pane e l’acqua ai sobborghi in rivolta di Aleppo, Homs, Hama e Damasco. Sanno maneggiare il consenso popolare, insomma. Terribile, la loro ideologia barbara, ma legata alla tradizione wahabita, con l’applicazione della stessa sharia medioevale applicata da secoli dai sunniti in Mesopotamia e in Arabia Saudita.

    Conquistata il 6 marzo 2013 Raqqa, città siriana di un milione di abitanti, Abu Bakr al Baghdadi, leader indiscusso dell’Isis, rompe definitivamente con al Qaeda, nega la leadership di Ayman al Zawahiri, il successore di Osama bin Laden, e intesse strettissimi rapporti con le tribù irachene sunnite, certe, non a torto, che la politica di Bagdad punta a «eliminare la presenza araba dall’Iraq a favore di un dominio iraniano e sciita». Nella primavera del 2014 l’Isis, che continua a espandersi in Siria, conduce così una travolgente offensiva in Iraq e conquista Mosul, in Iraq, città di due milioni di abitanti, sgominando un esercito iracheno inetto, che gli consegna immensi arsenali di armi. Su questa base, che è politica, di consenso popolare, e militare, al Baghdadi il 29 giugno 2014 si proclama Califfo. Lo sterminio degli sciiti, dei cristiani e degli yazidi, la schiavitù delle loro donne e bambine è il barbaro segno del suo messaggio. La sua straordinaria e atroce abilità è saper riproporre nella modernità, fare accettare a una parte della umma musulmana, il modello della città terrena fondata da Maometto alla Medina dal 622 al 632 Dc. Compresa quella ferocia che allora era di tutti, degli islamici e dei cristiani, degli asiatici e degli europei. E il suo Califfato nero piace, fa proseliti. Così come piacciono in parte della umma, le orribili scene degli sgozzamenti degli «infedeli». Dal Pakistan dei Talebani, alla Nigeria dei Boko Haram, decine di gruppi jihadisti proclamano la loro fedeltà al nuovo Califfo

    Fantozziani
    Contro di lui, Obama ha costruito nel settembre 2014 una Coalizione Internazionale, di cui fa parte anche l’Italia. Che ha fallito: il Califfato ha aumentato negli ultimi 12 mesi del 30% il suo territorio, ha conquistato in Siria Idlib e Palmira e in Iraq Ramadi. Si è radicato in Libia, a Sirte, nel Sinai e persino a Gaza. E quando il Califfo ordina di «punire gli infedeli durante il Ramadan», viene ubbidito da Lione, a Sousse, a Kuwait city e in Somalia. La ragione del fallimento della Coalizione di Obama è presto detta: si basa su presupposti sbagliati. La sua guerra aerea è fantozziana: il 75% dei suoi aerei torna alla base senza aver scaricato le bombe: nessuno da terra sa indicare ai piloti gli obiettivi. La guerra sul terreno secondo Obama, dovrebbe essere condotta dai curdi, che però possono solo difendersi, e poco più e dall’esercito iracheno. Ma i militari di Baghdad non combattono, non si presentano neanche le reclute previste dal comando Usa, perché i suoi vertici sono corrotti, incapaci. Perché i soldati sunniti rifiutano di combattere contro le loro tribù che appoggiano al Baghdadi. Così, contro il Califfato, in Iraq combattono solo le milizie sciite e i Pasdaran iraniani. Che sono feroci contro la popolazione civile sunnita come i miliziani dell’Isis. Così la controffensiva della Coalizione di Obama in Iraq è impantanata, mentre in Siria il regime di Assad è sull’orlo del crollo, sotto i colpi congiunti del Califfato e di al Qaida. E questa aurea di invincibilità, sommata ai fallimenti della Coalizione di Obama, si sparge nella umma ovunque, anche in Europa, facendo nuovi proseliti, che si esprimono come chiede al Baghdadi. Con le stragi.

    (Fonte: Libero, 28 Giugno 2015)

    30 Giu 2015, 12:48 Rispondi|Quota