• 19
  • mag
  • 2009

La visita di Benedetto XVI in Israele: una analisi interessante di Sergio Minerbi

La politica vaticana è sempre più filo araba

di Sergio Minerbi

Sergio Minerbi, il più illustre storico dei rapporti fra Vaticano e Israele, ha scritto per Informazione Corretta, una lucida analisi del viaggio di Benedetto XVI nella cosidetta Terra Santa. Questi sono i fatti, incontrovertibili.

papa-benedetto-xvi-israelePapa Benedetto XVI e` ripartito da Israele, la paralisi del traffico a Gerusalemme è finita, ma è rimasto in bocca agli Israeliani un sapore amaro. Durante il suo soggiorno in Israele il Papa non ha nemmeno tentato l’inizio di un dialogo politico che porti a una migliore comprensione reciproca. No, le sue idee ostili a Israele, erano chiare prima ancora di venire nella nostra regione e tali sono rimaste. Egli riconosce le radici comuni con l’Ebraismo nella speranza di convertire gli Ebrei al Cristianesimo come dimostra l’uso della parola “riconciliazione”, che come e` noto fu usata da San Paolo nel senso di convertire Ebrei e Pagani riconciliandoli nel segno della Croce (Lettera agli Efesini).

Ma sul piano politico la Santa Sede ha accolto in pieno le tesi dei Palestinesi e non ne deflette di un millimetro. Per esempio la questione del muro, gia’ attaccato da Giovanni Paolo II, e sapientemente usato dalla propaganda araba. Benedetto XVI non si è mai domandato perchè sia stato costruito quel muro ed ha dimenticato la serie di attentati terroristici effettuati all’interno di Israele da Palestinesi provenienti dalla Cisgiordania.

Perchè il muro dà tanto fastidio? Proprio perchè esso divide la Palestina mandataria in due entità, preambolo necessario per chi voglia davvero la spartizione in due stati indipendenti. Ma segretamente i Palestinesi rifiutano tale soluzione e continuano a reclamare il diritto al ritorno dei profughi “nelle loro case”. Questa  formula apparentemente innocente, significa in chiaro ottenere con la demografia galoppante araba ciò che non riuscirono a spuntare con le armi e le azioni terroristiche. Per questo non vogliono il muro ed organizzano ogni settimana qualche dimostrazione con l’aiuto di volontari europei. La Santa Sede e` chiaramente dalla loro parte e con tale atteggiamento allontana la pace che dice di volere. Tale politica partigiana ostile a Israele non aiuta a risolvere la questione del conflitto israelo-palestinese ed anzi non può che esacerbarlo.

L’ex Primo Ministro Ehud Olmert che fu uno dei più disponibili a raggiungere un accordo coi Palestinesi, disse che nel negoziato si erano fatti molti passi avanti circa sei mesi prima che egli lasciasse la sua carica, ma i Palestinesi non vollero firmare sperando di ottenere ancora di più. La politica della Santa Sede nel Medio Oriente sembra voler gettare della benzina sul fuoco. Questa è l’impressione di molti che hanno ascoltato il Papa mercoledì 13 Maggio a Betlemme e dintorni dove ha detto: ”come ogni altro popolo i palestinesi hanno diritto a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all’educazione e all’assistenza sanitaria”.

papa-ratzinger-israeleIl diritto al lavoro invocato dal Papa e` stato annullato dal Hamas. C’era una volta la zona industriale di Erez dove circa cinquemila Palestinesi di Gaza lavoravano in fabbriche ed officine create da imprenditori israeliani. Dopo una serie di bombardamenti e colpi di mortaio contro la zona in questione, gli Israeliani se ne andarono e cinquemila Palestinesi sono stati privati dal Hamas del diritto al lavoro. Ogni anno l’Unione Europea paga all’Autorita` Palestinese almeno 600 milioni di euro, senza richiedere che nemmeno una piccola percentuale sia dedicata alla creazione di nuovi posti di lavoro. Sono soldi gettati dalla finestra. Dopo l’azione militare a Gaza di qualche mese fa, si riuni` la Conferenza internazionale di Sharm el Sceik e gli Stati Uniti promisero 900 milioni di dollari anch’essi non vincolati a nuovi posti di lavoro. I soldi vengono spesi per ben altri scopi e il “diritto al lavoro” invocato dal Papa e` calpestato dal Hamas.

Le Nazioni Unite hanno creato la UNRWA, agenzia specializzata per l’aiuto ai profughi palestinesi, che sussiste dal 1949 senza poter reinserire nemmeno un profugo nella vita economica locale per l’opposizione dei paesi araba che vogliono tener aperta la ferita per farne un’arma contro Israele. E` probabile che il Piano Marshall preconizzato dal Premier Berlusconi faccia la stessa fine. Il diritto all’educazione anch’esso invocato al Papa, esiste con sette Universita` in Cisgiordania create dopo l’istaurazione dell’amministrazione israeliana. Ma molti studenti sono assoldati dal Hamas per effettuare azioni terroristiche . A Gaza decine di migliaia di studenti liceali ottengono la maturita’ ma non trovando un lavoro produttivo finiscono nelle milizie armate del Hamas.

Evidentemente nessuno ha raccontato al Papa che nella striscia di Gaza evacuata fino all’ultimo millimetro da Israele, il Fatah di Abu Mazen ha subito l’uccisione da parte del Hamas di almeno 150 uomini armati e ha perso la striscia oggi dominata dal Hamas. Se la Cisgiordania indipendente cadesse anch’essa nelle mani del Hamas, non basterebbero piu` i posti di blocco ed il muro. I missili Qassam e le bombe di mortaio verrebbero lanciati contro Israele come e` avvenuto per otto anni accanto alla striscia di Gaza senza che nemmeno una volta la Santa Sede esprimesse la sua solidarieta` per la popolazione civile israeliana colpita.

Già durante l’azione militare israeliana a Gaza, Benedetto XVI aveva parlato in favore dei Palestinesi cinque volte nei primi otto giorni del 2009. Poi egli benedisse la Conferenza di Ginevra denominata Durban-2, nonostahnte il boicottaggiio di alcuni paesi occidentali a fianco di Israele. Molti di quelli che andarono a Ginevra, uscirono dalla sala quando parlò il Presidente dell’Iran, ma il diplomatico Vaticano vi rimase. La Santa Sede dalla creazione dello Stato d’Israele ad oggi ha sempre condotto una politica filo-araba. Che cosa ha ottenuto? Il risultato è stato che il numero dei Cristiani del Medio Oriente è sceso da circa 500.000 a non più di 100.000 oggi, il Libano che era l’unico paese cristiano della regione è sottoposto alla pressione sciita e rischia di divenire la preda dell’Iran, l’Egitto è minacciato dall’Hizbollah.

Leggendo la lezione magistrale di Benedetto XVI a Regensburg nel 2006, ci eravamo illusi per un momento che fosse apparso sulla scena politica il difensore a spada tratta dell’Europa dalla marea fondamentalista islamica. Ma tale discorso sembra oggi una “vox clamans in deserto”, abbandonato anche dalla diplomazia vaticana. Cosa ha fatto finora Israele per tentare di migliorare la politica Vaticana? Gli Ambasciatori d’Israele presso la Santa Sede, abbagliati dall’architettura di Michelangelo, sono diventati i partigiani del Vaticano. Uno di loro aveva perfino preconizzato la cessione del Cenacolo in cambio di una vaga promessa di inviare un milione di pellegrini. Era sfuggito al diplomatico in questione il fatto che il Cenacolo sia solo custodito da Israele che non ne ha la proprietà e quindi non può cederlo a nessuno. Per di più sia Israele sia la Santa Sede hanno firmato nell’ Accordo fondamentale del dicembre 1943 l’impegno reciproco a salvaguardare lo Status quo del 1852 che sarebbe gravemente leso con un’eventuale cessione.In senso inverso Israele avrebbe potuto mettere in pratica le promesse di esenzioni fiscali contenute nell’Accordo fondamentale.

Ma la debolezza del Ministero degli Esteri non ha permesso questo risultato che nel frattempo non basta più poichè il Vaticano ha richiesto il 30 Aprile 2009 a Gerusalemme anche l’incolumità da espropri per cinque Luoghi Santi di proprietà del Vaticano, nonchè la cessione del Cenacolo di cui sopra. Per secoli gli Ottomani amministrarono i Luoghi Santi Cristiani e la Palestina col pieno accordo della Santa Sede. Ma lo stesso accordo non è stato ancora concesso a Israele.



4 Commenti Scritto da Emanuel Baroz
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Sono stati scritti 4 commenti su "La visita di Benedetto XVI in Israele: una analisi interessante di Sergio Minerbi"

  1. Emanuel Baroz
  2. PREGHIERA EBREI: SECOLI TENSIONI SU LITURGIA CATTOLICA/ANSA

    (ANSA) – ROMA, 22 SET – La preghiera del venerdì santo contenuta nella liturgia pasquale della Chiesa cattolica è stata per secoli oggetto di tensioni con le comunità ebraiche per i suoi riferimenti agli ebrei, nonostante le reiterate modifiche introdotte nel corso degli ultimi decenni. Finiti in secondo piano con la riforma conciliare, gli attriti sono ripresi con il ‘motu proprio’ “Summorum pontificum” di papa Ratzinger, che nel luglio del 2007 ha deciso di consentire, seppure a titolo “straordinario” l’uso del messale preconciliare.

    La prima versione della preghiera, che risale al VII secolo, recitava: “Preghiamo anche per i perfidi giudei: perché il Signore nostro Dio tolga il velo dai loro cuori in modo che possano conoscere il nostro Signore Gesù Cristo. Dio Onnipotente ed eterno, che non scacci dalla tua misericordia neanche la perfidia giudaica, ascolta le nostre preci, che ti rivolgiamo per l’accecamento di quel popolo, affinché riconosciuta la verità della tua luce, che è il Cristo, sia sottratto alle sue tenebre”. Fin dalla Pasqua del 1959, Giovanni XXIII fece togliere dalla preghiera l’aggettivo “perfidi” e l’espressione “perfidia giudaica” e dunque si venne a pregare “per i giudei” (la liturgia era ancora tutta latina e la parola era ‘iudeis’) e nel secondo passaggio si diceva “che non scacci dalla tua misericordia neanche i giudei”. Queste modifiche furono successivamente recepite nell’edizione del 1962 del “messale romano”, che è quello liberalizzato dal ‘Motu Proprio’ di Ratzinger.

    In questo testo, non c’é più quel duplice richiamo alla “perfidia giudaica” ma resta l’intestazione della preghiera “per la conversione degli ebrei” e restano le parole “velo”, “accecamento” e “tenebre”, che tante proteste hanno suscitato nelle comunità ebraiche di tutto il mondo dopo l’uscita del Motu proprio papale. Nel messale post-conciliare, entrato in vigore nel 1970, Paolo VI aveva invece completamente cambiato la preghiera: “Preghiamo per gli ebrei. Il Signore Dio nostro, che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo nome e nella fedeltà alla sua alleanza”.

    Dopo le proteste di molti esponenti del mondo ebraico seguite al motu proprio di Benedetto XVI la preghiera era stata di nuovo cambiata il 5 febbraio del 2008, limitatamente al rito tridentino riammesso: “Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo”.

    Tuttavia, neanche questa versione aveva soddisfatto certe comunità ebraiche, e in particolare quella italiana che il giorno successivo all’annuncio di quest’ultima modifica annunciò la rottura del dialogo con la Chiesa cattolica. Nei mesi successivi, nonostante vari tentativi di ricucitura, varie comunità ebraiche, tra le quali quella italiana, annunciarono la decisione di non partecipare alla Giornata di riflessione ebraico-cattolica del 17 gennaio di quest’anno.

  3. [...] è un atto dimostrativo della pochissima importanza che il Papa attuale dà al dialogo con gli [...]

  4. [...] Roma – Si è cominciato in gennaio con la revoca della scomunica ai lefebvriani e il caso planetario del vescovo negazionista Richard Williamson, quello capace di sostenere sorridendo che le camere a gas servivano a «disinfettare», e si è finito a dicembre con le polemiche per la proclamazione delle «virtù eroiche» di Pio XII e i suoi silenzi sulla Shoah. Il 2009 è stato l’ anno più difficile, nei rapporti di Benedetto XVI con il mondo ebraico. Già prima che iniziasse, era saltata la giornata del dialogo tra ebrei e cristiani, prevista giusto il 17 gennaio, e questo per la reintroduzione della preghiera in latino del Venerdì Santo, Oremus et pro Judaeis, con l’ invocazione affinché gli ebrei «riconoscano Gesù»: questione poi risolta spiegando che non c’ è volontà di convertire ma un riferimento escatologico, da San Paolo, alla «fine dei tempi». Eppure, proprio per questo, è stato anche l’ anno delle espressioni più impegnative, forse le più forti mai pronunciate da un pontefice, in Vaticano e durante il viaggio in Israele. [...]


"Per noi, popolo ebraico, questa risoluzione è fondata sull´odio, sulla falsità e sull´arroganza ed è priva di qualunque valore morale o legale. Per noi, popolo ebraico, questo non è altro che un pezzo di carta e noi lo tratteremo così" ["il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale" - Risoluzione ONU Novembre 1975]


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