27 Gennaio, Giornata della Memoria: per non dimenticare
27 Gennaio, Giornata della Memoria: per non dimenticare
La testimonianza
Liliana Segre: «Ci deportavano ad Auschwitz, milanesi in silenzio»
di Sergio Harari
La superstite ricorda: «Il mio viaggio nel ventre nero della Centrale. Nessuna pietà per noi»
MILANO – «A calci e pugni fummo caricati su un camion e portati alla stazione Centrale di Milano. La città era deserta. I milanesi non provarono pietà per noi come (invece) i detenuti di San Vittore: se ne restarono in silenzio dietro le loro finestre. Ricordo che il camion percorse via Carducci, e io che ero in fondo, all’incrocio con corso Magenta scorsi la mia casa per un attimo…». «Poi il camion attraversò la città, fino a imboccare il sottopassaggio di via Ferrante Aporti, e ci ritrovammo nei sotterranei della stazione, binario 21. (…) Nessuno di noi conosceva quei sotterranei, quel ventre nero della stazione Centrale, che ora chiediamo diventi un luogo della memoria, perché migliaia di persone sono partite da quei binari e non hanno fatto ritorno».
Così raccontava l’internata 75190. Così raccontava Liliana Segre alcuni anni or sono nel libro-testimonianza «Sopravvissuta ad Auschwitz» (edizioni Paoline). Oggi, dopo anni di volenteroso e tenace impegno, viene posata la prima pietra del «Memoriale della Shoah di Milano», dove un tempo si trovava il binario 21. Era il 30 gennaio 1944, Liliana aveva 13 anni. Con lei altri 604 senza destino e tra questi i Silvera, amici carissimi della mia famiglia: il padre Lelio, la mamma Bahia Laniado e la giovane figlia Violetta. Racconta la Segre: «Mi ricordo il signor Silvera, che con altri uomini pii si metteva nel mezzo del vagone, si metteva il tallet (il manto rituale) sulle spalle e pregava (…). Violetta e io ci guardavamo, le speranze erano perdute». «Se anche dovessi camminare nella valle della morte, non temerei alcun male, perché tu sei con me», recita il salmo 23 salmodiato in ebraico «Gam Gam…».
Morirono tutti, come anche il papà di Liliana, Alberto; solo lei e pochi altri si salvarono. «Migliaia, anzi milioni di volte mi sono chiesta perché sono sopravvissuta alla Shoah. Ma non c’è risposta». Liliana sarà lì oggi, al binario 21, con un’altra sopravvissuta, Goti Bauer, una dolce, anziana signora, che mai nessuno, vedendola oggi, potrebbe pensare sia scampata all’inimmaginabile. Lei, che ad Auschwitz fu deportata e perse padre, madre e fratello, proveniente dal campo di Fossoli, confessa: «Ho sempre invidiato chi ad Auschwitz è arrivato da solo (…) chi non ha vissuto lo strazio della perdita dei genitori, dei figli, dei fratelli». Liliana e Goti ricordano a tutti che gli aguzzini nazisti continuavano a ripetere: «Morirete tutti, ma se per caso qualcuno tornerà e racconterà, nessuno gli crederà». Loro hanno perso, il «Memoriale della Shoah di Milano» ne è la prova, oggi il ventre nero è meno nero. Comprendere quello che accadde è impossibile, ma la memoria è necessaria per conoscere e ricordare ciò che fu e che mai più dovrà essere.
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Scritto da Emanuel Baroz





Giornata della Memoria – Parla Virginia Gattegno, sopravvissuta all’inferno di Auschwitz
«Auschwitz? Guardi, personalmente non mi va di ricordare quel periodo, ma noi che siamo gli ultimi sopravvissuti abbiamo il dovere di raccontare quello che è successo».
Parla con tono molto determinato, pur tra il comprensibile dolore che riaffiora, Virginia Gattegno, veneziana che all’epoca della deportazione nella vergogna del Novecento era appena ventenne. Lo fa con uno sguardo intenso sentendo che chi, come lei, è riuscita a vedere la luce e una nuova vita ha un obbligo molto chiaro. Soprattutto nei confronti dei più giovani.
Che idea si è fatta di queste iniziative per la Giornata della Memoria?
«Sono fondamentali, troppo spesso le giovani generazioni o non sanno o sanno poco. In questo modo, tramite gli incontri e le commemorazioni, possono venire in contatto con la verità. Non è, purtroppo, un problema recente: negli anni Settanta, quando insegnavo alle scuole elementari, ricordo che il direttore non voleva che raccontassi la mia storia di sopravvissuta ai lager, temendo che gli allievi si impressionassero».
Eppure si tratta di una delle pagine più sconvolgenti del secolo scorso?
«Appunto, la storia dell’uomo è piena di brutte vicende, di guerre e di fame. Ma quella dei nazisti non era una guerra contro un nemico, era un vero e proprio sterminio deciso a tavolino. Una cosa terribile».
Dove iniziò il suo calvario?
«Mi trovavo a Rodi con la mia famiglia, i tedeschi non sembravano aggressivi. Un giorno dissero che dovevano controllare i documenti agli uomini. Capimmo subito che c’era qualcosa di strano, ma gli uomini andarono. Ben presto gli ebrei vennero rinchiusi a calci negli uffici e poi una nave ci portò al Pireo. Da lì ci caricarono su un carro bestiame per Auschwitz, un terribile viaggio di due settimane».
Cosa ricorda dell’arrivo?
«Ricordo la voce di una donna alla quale le era stato strappato il bambino, il freddo dell’inverno. Ci rinchiusero in baracche, ci rasarono e denudarono. Ben presto io arrivai a 35 chili. Adesso ho una sorta di ricordo “in bianco e nero” tra la neve e il freddo».
Nel gennaio del 1945 la svolta.
«Ecco, qui la descrizione fatta da Primo Levi è perfetta. All’orizzonte, da lontanissimo, vedemmo arrivare i soldati russi: finalmente la liberazione. Restammo lì ancora un po’, per coprirci ci diedero le loro divise. Poi, finalmente, iniziò il viaggio verso l’Italia insieme a mia sorella. Il resto della mia famiglia non era riuscita a sopravvivere, lentamente riprendemmo un po’ di energia».
Lei dice spesso che nel dramma a volte ci sono esempi positivi.
«L’umanità alla fine è riuscita a sconfiggere il male, ma quello che mi piace raccontare ai ragazzi riguarda proprio il campo di sterminio. Spesso andavo in cerca di cibo e trovai, in una baracca, una donna che stava facendo delle pizzette con la farina e l’acqua. Mi avvicinai e lei mi disse che se le avessi spaccato un po’ di legna, in cambio mi avrebbe dato una focaccetta. Ma quando presi l’accetta ero così debole che non riuscii a rimanere in piedi. Davanti a questa scena la donna, affamata come me, mi diede un po’ del suo cibo. Un gesto di solidarietà che non dimenticherò mai».
(Fonte: Il Gazzettino.it, 31 gennaio 2010)