Il terrorismo islamico e quell’assordante silenzio generale che accompagna le sue azioni

 
Emanuel Baroz
2 novembre 2020
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Non è solo il terrore a tagliare le lingue

C’è qualcosa di più profondo, un insieme di fattori culturali e psicologici che ci impedisce di vedere ciò che in realtà si presenta con un’evidenza clamorosa

di Pierluigi Battista

Ci devono essere ragioni molto solide se tante persone, solitamente attente e intellettualmente oneste, non riescono proprio a dare un nome e una definizione al terrorismo dei decapitatori e degli sgozzatori che stanno insanguinando la Francia «infedele». Certo, c’è molta paura di pronunciare quella parola che inizia per «I» e che in forma cautelativa qui si evita di scrivere nero su bianco, c’è il terrore che taglia le lingue e cerca di non aizzare i fanatici che in nome di quella indicibile «I» di cui è meglio non svelare le lettere immediatamente successive, uccidono senza pietà, e dunque basta con la satira, da riservare eventualmente alle religioni di questi tempi meno inclini alla vendetta. No, c’è qualcosa di più profondo, un insieme di fattori culturali e psicologici che ci impedisce di vedere ciò che in realtà si presenta con un’evidenza clamorosa.

C’è la legittima e comprensibile resistenza a farsi rigettare nel contesto di una per noi inconcepibile e anacronistica «guerra di religione». C’è il senso di colpa, per così dire europeo e occidentale, per i crimini commessi nel passato e che oggi i «dannati della terra» vogliono farci pagare con gli interessi. C’è una forma di ottusità ideologica che ci impedisce di vedere come la fede religiosa possa avere un qualche ruolo nella modernità secolarizzata. C’è una profonda stanchezza per alcuni valori, in primis la libertà d’espressione e l’eguaglianza tra donne e uomini che invece, agli occhi di fondamentalismi ostili di matrice religiosa, sono il simbolo della peccaminosità dell’Occidente liberale, meritevoli perciò di una purificatrice condanna a morte. C’è l’ecumenismo relativista che vede in ogni rivendicazione di («nostra») identità l’anticamera della sopraffazione nei confronti delle minoranze deboli e schiacciate, e che oggi sarebbero animate da un senso di rivalsa, certo criminalmente distorto e tuttavia indotto da motivazioni diverse da quelle del fanatismo religioso. C’è la scarsa, chiamiamola così, voglia di combattere per la difesa di valori che un tempo consideravamo irrinunciabili, e oggi forse non più. C’è la paralisi culturale del «cui prodest», quella paura di dirsi verità sgradevoli per non regalare argomenti agli avversari da cui l’eccesso di edulcorazione che porta alla vera a propria autocensura. Quindi, certo la paura.

Corriere.it

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